“Pensare la pornografia: tutti la consumano, nessuno sa cos’è”.
Ruwen Ogien, famoso filosofo francese contemporaneo, intitola così il
suo saggio sulla pornografia: perché, in fondo, qualcuno dovrà pur
parlarne! Marcuse, Bataille, Freud…tanti, molti più di quanti
immaginiamo, sono i ricercatori coinvolti in questi studi, e tante sono
le opere dedicate alla loro analisi, lavori che tentano di svelare -al
di là di quella che Marcuse chiama
desublimazione- cosa davvero essa sia e come funzioni.
Ma perché questa introduzione tanto “filosofica”, per poi finire a parlare di porno?
Tralasciando il fatto che dietro alla pornografia vi è tutto un
processo profondo e strutturato di psicanalisi, in realtà essa fa da
contorno a tutta l’opera che sto per
mostrarvi: perché sì, parlando di pubblico, di cinema, di disegno, c’è un certo sentore
voyeuristico nell’aria!
Haru wo daiteita (
La primavera tra le braccia, o in inglese americano
Embracing Love)
è uno yaoi manga di Youka Nitta in 14 volumi, ancora in corso e inedito
in Italia: sospeso a causa dell’accusa di plagio (l’autrice si ispirava
per le sue tavole a colori a famose pubblicità di Versace, Cavalli,
NYK, Armani), è bloccato da qualche anno, anche se l’autrice sembra
essersi rimessa al lavoro proprio di recente.
Era il lontano 1999, un’età romantica se la si guarda da dove siamo adesso: non per altro, Buronson fa iniziare
Hokuto no Ken nel ’99, e lo stesso fanno le Clamp con X1999; ma questa data trascina con sé anche tutta l’eredità dei mitici
Nineteens,
fatta di boyband, Riky Martin, la Macarena, scolli a V, gel per capelli
a colate e un certo retrogusto pacchiano (che, a dirla tutta, a noi
piace tanto).
In questo clima non ancora vessato dalla crisi economica, anzi sempre
più accanito nella corsa alla digitalizzazione, si svolge una storia
diremmo…
erotico-dramamtica.
“I due pornodivi Katou e Iwaki vogliono
abbandonare il mondo degli AV e sfondare come attori in piena regola.
L’ultima ancora è un film erotico omosessuale, tratto da un recente
libro di grande successo (intitotolato appunto Haru wo daiteita):
ingaggiati per il provino, ai due viene chiesto di improvvisare una
scena hard. Anche se nessuno dei due ha mai avuto rapporti omosessuali
(scopriremo dopo che invece Katou è navigato), lo spirito di
competizione per ottenere la parte vince sul pudore, e accettano: sarà
l’inizio di un risvolto inaspettato. Il biondo e giovane Katou si
innamorerà in modo folle e determinato, tale che sarà impossibile non
essere ricambiato: nulla, né la stampa, né la televisione o la fama
potranno impedirgli di amare il suo passionale e bellissimo Iwaki”.
Insieme a una manciata di altri, Harudaki (così abbreviato dai fans) è
uno degli yaoi più famosi in assoluto, nonché l’opera più nota della
Nitta: dotata di uno stile inconfondibile come il marchio della Coca
Cola, la Nitta utilizza sempre personaggi al limite della società e
della legalità (pornoattori, yakuza, gigolò) dotati di un fascino da
bad boy anni ’90. Manga come
17 Guyz, Kiss Ariki, Nightcap
parlano in modo crudo e senza censure di un mondo non troppo romanzato,
ma anzi duro e opportunista, che intrappola i giovani protagonisti fino
a sottrargli quella genuinità e l’amor proprio che ogni uomo dovrebbe
possedere: spaventati dall’invecchiamento, legati unicamente al culto
del corpo, del sesso e senza prospettive, vengono riportati a galla dal
più improbabile dei sentimenti. Ma come possono delle persone così
assuefatte alla
poetica del corpo lasciarsi trasportare dall’amore? Troppo inverosimile, o almeno credibile?
Cos’è che rende convincente una storia del genere?
Partiamo dal presupposto che Harudaki è un’opera totalmente
sui generis:
non esiste un manga equivalente in tutto il mercato editoriale, non
solo per la grafica (che se vogliamo è abbastanza elementare, con le sue
linee spezzate e compatte), ma soprattutto perché valide mangaka come
la Pyoko e la Minami – affrontando argomenti simili- cadono nel semplice
e puro hentai, senza mostrare nemmeno un briciolo di quella profondità
emotiva che contrappone un uomo maturo e un giovane di belle speranze.
Nel nostro caso ci troviamo di fronte alla relazione tra il giovane
Katou e il più maturo Iwaki: mentre lo stereotipo moderno si basa sulla
fissità attivo-passivo/seme-uke, Harudaki sviluppa il tema della una
nuova identità sessuale
acquisita da due uomini che per la prima volta affrontano una relazione
omosex. E’ un gioco di ruoli molto complesso, che ricorda tanto la
fatidica scena in tenda tra Ennis Del Mar e Jack Twist in
Brokeback’s Moutain:
quasi una lotta tra leoni, uno scontro tra dominatore e dominato, in
cui tutto può cambiare in base all’equilibrio emotivo. Così il maggiore
Iwaki inizia come seme, ma funge da uke: al contrario, dopo il loro
matrimonio all’estero, sarà sempre chiamato “husband”, mentre Katou
“bride”. Questo è un po’ come dire che in casa i pantaloni può portarli
l’uomo quanto la donna!
E’ in questa sua apertura mentale che l’autrice dimostra di essere una vera pioniera.
Ovviamente, come ogni yaoi che si rispetti, Harudaki ha anche la sua
dose di erotismo: e qui la brava disegnatrice lascia ben poco
all’immaginazione, unendosi a quelle poche autrici “tutto o niente” che
preferiscono non censurare i genitali, rendendo le tavole meno sognanti e
più realistiche. Nella dinamica del rapporto invece non vi è mai una
stabilità: tutto può invertirsi, scambiarsi, finire improvvisamente dopo
un pianto, una confessione, un semplice abbraccio. Quello che più si
ama di quest’opera è infatti la delicatezza d’animo, la dolcezza, quel
momento di stasi sospeso in un bacio a fior di labbra, nella descrizione
di una coppia in cui i due componenti si compensano a vicenda: il
dolce, romantico e gelosissimo Katou e l’appassionato, maturo e
comprensivo Iwaki.
Aimable.
C’est ne pas?
Ma non manca mai un
redire in se ipsum: quando -dopo una scommessa persa da Katou- Iwaki è costretto a baciare un altro, le sue parole non sono per niente
aimables.
“Io sono pursempre un attore di AV, e certe cose non mi inibiscono per niente”.
Certamente il potenziale dell’opera è per il 60% imputabile al fascino di questo uke/seme dall’animo ambiguo:
Kyosuke Iwaki, trentaduenne dotato di un fascino magnetico e di una flemma spettacolare. La parallela opera
When a Man loves a Man
fa pensare che in passato Iwaki sia stato un gigolò, ma molto
probabilmente si tratta del riutilizzo di un personaggio di grande
successo: dal punto di vista caratteriale, nel volume autoconclusivo
egli è molto più sadico ed egocentrico, mentre in Harudaki fa sfoggio
del suo perfetto sguardo felino, del fascino naturale di cui è dotato e
del sentimentalismo represso che il suo amante risveglia costantemente.
Meno attraente perché più umano, infatti,
Youji Kato è la forza giovanile che si nutre di ciò che la circonda e gli dona nuova vita: non il tipico
blondie,
ma nemmeno uno particolarmente atipico; piuttosto, il simbolo di uno
scontro generazionale che permette ad entrambi i personaggi di
progredire verso un futuro luminoso.
Sicuramente eccezionale l’attenzione che l’autrice dà ai
valori
del lavoro, dell’indipendenza, dell’orgoglio, e della famiglia: tutto
ruota attorno a questi cardini, e nemmeno una passione soffocante può
impedire l’autorealizzazione, soprattutto in questo mondo del cinema
pronto a sostituirti al minimo errore. Notevole anche la
caratterizzazione dei protagonisti come uomini con
i piedi per terra:
con questo voglio dire che non ci sono da parte loro pretese di
riconoscimento, la volontà onnipresente di essere accettati come coppia,
l’impossibilità della procreazione… Nulla di tutto ciò: a Iwaki e Katou
importa solo di loro stessi e della loro felicità, in un’egoistica ma
genuina rappresentazione di quella che chiamiamo generalmente
coppia di fatto, ma che chiamerei benissimo anche
coppia di diritto.
Insomma, un manga completo, moderno, profondo e realista, segnato da quei principi che oggi sembrano tanto
retrò, ma
che farebbero tanto bene agli animi moderni: nemmeno una volta i due
protagonisti si chiamano per nome, solo e sempre per cognome, in una
meravigliosa dimostrazione di rispetto e individualismo. Come per dire:
l’amore rende un cuore ma due spiriti, e nella sopravvivenza dell’Io sta
la conquista del Vero Amore.
Je est un autre, diceva Rimbaud: un altro da rispettare, da amare, accettare, educare, lo stesso
altro
in cui ci immedesimiamo guardando un film, percependo le sue stesse
emozioni, amando, odiando, tremando esattamente come lui; l’Io che
davanti allo specchio si guarda e si riconosce (Lacan), che si innamora
di sé, si accetta e costruisce il proprio futuro. E’ proprio qui che il
confronto pornografia/cinematografia dà i suoi massimi frutti: la
pornografia è straniamento, sublimazione, fantasia, feticismo; il cinema
è riconoscimento, condivisione, catarsi, desublimazione. Proprio questo
è il percorso di crescita dei due amanti: il passaggio dal
fuori al
dentro,
una decostruzione spirituale e una rinascita professionale, dove il
piacere fisico si fonde a quello spirituale e richiama nostalgicamente
un leggendario sentore di felicità.
E a noi non resta che guardare.